Oggi non chiacchiererò come faccio sempre. Oggi il mio bordeggio vi porterà a una lettura
di un testo scritto ancora nell’ottobre dell’83, qualcosa che scrissi allora.
Il titolo è De Magno Naturae Errore
Un terribile giorno la Natura partorì un figlio anormale: i suoi cromosomi erano 23 coppie
ed i geni piuttosto alterati.
La Natura soffrì per quel figlio sbagliato e pensò che con tutti quelli che aveva sani e
affettuosi avrebbe potuto trovare il tempo e la pazienza necessari per allevare anche
questo.
Infatti il figlio si fece si fece adulto e al momenti opportuno trovò la sua femmina. Madre
natura si sentì rassicurata. Baciò la figlia e le disse “ Sii tu ad averne cura”. La figlia
obbedì. Continuò l’opera della Madre ma quel cucciolo fragile non si accontentava delle
normali tane dei consueti cibi vegetali. Era un violento. E cominciò la disfatta della Madre.
Il figlio e la figlia procrearono esseri che portavano però le caratteristiche genetiche
paterne.
Si disperò la Madre. Si disperò la figlia.
Ma non valse a nulla. I figli dei figli ebbero figli e i figli anche: tutti come il primo errore
della Natura.
La natura piangeva. Si chiedeva perché avesse assecondato le esigenze di quel cucciolo
sbagliato: per lui aveva trascurato gli altri figli, per lui aveva rinunciato alla propria libertà e
da lui aveva ricevuto solo male.
Come dicevo prima, anche i pronipoti assomigliavano al padre dei padri e così il loro
carattere: come lui camminavano su due zampe, avevano la coda di generazione in
generazione più corta, e allo stesso modo diminuiva la peluria del corpo e crescevano i
peli della testa. Le loro zampe anteriori avevano cinque dita, prensili.
Questa specie aumentava con la violenza le sue esigenze: sfrattava i suoi fratelli dalle
caverne per prenderne il posto. Aveva bisogno di calore perciò adottò il fuoco e con esso
arrostiva i suoi fratelli, li martoriava o come minimo li spaventava.
Inventò un linguaggio che fosse per gli altri incomprensibile e si diede norme e regole che
limitassero l’istinto, l’espressione di sincerità, la primitiva realtà. Continuò il suo
irreversibile e irrimediabile progresso distruttivo, ampliò le sue conoscenze nella
creazione dei propri limiti e di armi, si impossessò dei territori dei suoi fratelli ponendo limiti
invalicabili ed indistruttibili.
In poche parole riuscì a spezzare il meraviglioso equilibrio che la Natura, la Grande
Madre, aveva insegnato ai suoi figli a rispettare.
L’uomo, questo era il nome di questa specie anomala e differenziata, si lamentava anche
che i suoi fratelli tentassero in qualche modo di riconquistare il loro posto, anzi, inventava
ancora nuove armi per giocare al tiro a segno sui suoi fratelli e per sterminarne un numero
maggiore; inventava armi che non dovessero essere lanciate o usate a mano: inventava i
veleni, le sostanze chimiche e nuovi piani di attacco.
E man mano che debellava un problema, lui con la sua folle stupidità ne creava uno o più
di uno di nuovi: morti i serpenti, nascono i topi; morte le rondini proliferano gli insetti, e così
via.
Sempre più stupido di figlio in figlio, creato il denaro, uno dei suoi tanti limiti, decise di
impegnarlo in un modo nuovo per permettere agli elementi più primitivi della società
umana di riuscire ancora a sognare.
Si ebbe la vendita di paradisi artificiali, un modo come un altro per eliminare coloro che
ancora dotati di sentimento non avrebbero potuto seguire i meravigliosi progressi della
massa e avrebbero tenuto più basso il nome dell’umanità.
In nome di quel potere che si era creato l’uomo ansioso di dominare non solo i suoi fratelli
ma anche i suoi stessi figli e genitori, aspirava a ottenere il massimo di ricchezze
vendendo per pochi soldi la vita altrui e l’altrui intimità.
Dopo la schiavitù, che finse di eliminare generosamente, dopo il razzismo e dopo la
motorizzazione, arrivò ben presto il computer: l’uomo troppo pigro e sempre alla ricerca di
piaceri non voleva lavorare, ma solo arricchire, dominare, godere, e per arricchire era
necessario anche avere poche spese: con il computer le spese aerano ridotte all’osso:
non più segretarie, non più agende, non più disegni che facessero perdere le ore e intanto
un maggior numero di alienati da riprimitivizzare ed eliminare con l’offerta di droghe e con
pubblicità distruttive.
E ancor avanti. Ancora alla caccia del potere. L’uomo voleva arrivare a una supremazia
assoluta e perciò non si fermava davanti a niente, nemmeno davanti alla vita dei suoi
simili.
E così all’interno della specie, c’erano grandi e violente lotte dalle quali,tramite una serie
di scavalcamenti, uno solo avrebbe dominato tutto. Per arrivare a questo era necessario
combattere grandi guerre che però lasciavano perplessi coloro che erano già stati
scavalcati e che si erano arresi alle loro mediocri situazioni: un conflitto del genere
proposto, avrebbe causato troppe vittime e soddisfatto ben pochi potenti, ma nonostante
la tensione d’equilibrio causata dalla parità di forze delle varie potenze, si arrivò ad un
conflitto termonucleare di grande portata: saltarono uno dopo l’altro i Paesi, i continenti e
su di essi si spense la vita umana e purtroppo ogni altra forma di vita: tutto era squallore,
desolazione, corruzione, putrefazione, fumo acre, resti bruciati e le case, si, le case!,
finalmente non erano più dei limiti nelle condizioni in cui si trovavano ora: Ogni opera
dell’uomo era distrutta, ogni sua follia era stata spazzata via, annientata con la sua morte:
dell’uomo era rimasta solo una donna gravida e nient’altro. Una donna sofferente, nuda,
senza altro scopo che suo figlio, così come era stato per Madre Natura.
Madre Natura, dopo questa dolorosa disfatta, per quanto vecchia e ferita nel corpo e nel
cuore, con grande coraggio alzò faticosamente la possente mole del suo capo e
rantolando guardò il disastro subito per avere amato. Si sostenne faticosamente con le
braccia martoriate e a capo chino pianse tutto il suo sconforto e la sua triste rabbia. Vide
quella figlia che vagava con negli occhi un’unica luce: suo figlio. La Grande Madre capì,
ma non volle che si ripetesse questa grande disperazione a causa della sua debolezza:
guardò speranzosa in giro alla ricerca di qualche altro germe di vita che continuasse la
sua esistenza, ma non trovò null’altro che quella figlia sola nella desolazione del grande
mondo che possedeva per il suo meraviglioso bambino che sarebbe nato, che doveva
nascere. Madre Natura la guardò ancora colma di dolcezza e di commozione per quella
creatura sola ma non revocò la sua grande decisione: meglio il sacrificio totale di sé che
una seconda rovina.
Baciò da lontano la sua bambina e con un singhiozza profondo strappò i fili della Vita,
della sua Vita. Ora il Mondo non aveva nulla: né una Madre, né una Figlia: ma Madre
Natura non aveva guardato bene tra le pietre della spiaggia.
Non aveva visto il fiore rosso che stava sbocciando, che avrebbe mantenuto in vita la
vecchia, dolce , affettuosa, comprensiva Madre e la Madre non peccò più di debolezza,
mantenendo da allora in poi una meravigliosa disciplina tra le sue splendide creature.
Questo era il mio racconto: la mia speranza è che non diventi mai una realtà